Il Judo come metafora di vita: la mia visione del mondo

uomo vitruviano

健全なる魂は
健全なる精神と
健全なる肉体に宿る

Kenzen’naru tamashī wa,
Kenzen’naru seishin to,
Kenzen’naru nikutai ni yadoru

Un’anima forte risiede
in un corpo forte
e in una mente forte

Prologo di ogni episodio dell’anime di Soul Eater

Il Judo e Sakura, il fiore del ciliegio

Era da un po’ che volevo scrivere questo articolo, una sorta di testamento spirituale, su come io vedo la mia professione di Biochimico Clinico, ponendo un particolare accento sul rapporto che si ha con sé stessi, coi colleghi e coi pazienti. La mia visione non può prescindere dal mio vissuto e dal mio essere, per sempre, un judoka. La disciplina e i valori che impari nel dojo te li porti dentro, come un sigillo sul cuore. Il simbolo del Kodokan di Tokyo, la “casa madre” di noi judoka, è il fiore di ciliegio: Sakura (桜).

Sakura è il simbolo della nascita perché, quando vien lo sgelo, è il primo fiore a crescere, bello e sgargiante più degli altri. Al contempo, però, è un fiore talmente delicato che basta una semplice refola di vento per farlo cadere al suolo, alla velocità di 5 cm al secondo, come ci rivela un anime di Makoto Shinkai. Un fiore che rappresenta la caducità stessa dell’esistenza umana, che, dopo un momento di splendore, si stacca dall’albero e torna alla terra, tema che, da Omero ad Ungaretti, ha sempre attraversato la filosofia e la letteratura.

Il cerchio rosso rappresenta il Sole, simbolo del Giappone (日本 – Nippon – Paese del Sole), e, come nucleo di ferro incandescente, indica passione, forza e vitalità, mentre il bianco simboleggia la purezza e la perfezione. Insieme, questi colori rappresentano l’equilibrio tra la forza fisica e la purezza spirituale, fondamentali nella pratica del judo. I petali del fiore di ciliegio, delicati e gentili, simboleggiano l’armonia e la grazia. Nonostante la loro fragilità, i petali sono in grado di resistere alle intemperie e al caos della natura. Allo stesso modo, nel judo, la gentilezza e la flessibilità sono utilizzate per controllare e reindirizzare la forza dell’avversario, portando equilibrio nelle situazioni di conflitto. Sebbene il fiore di ciliegio abbia naturalmente cinque petali, nel simbolo del judo ne vengono rappresentati otto. Questo numero ha un significato particolare:

  • Gli otto petali rappresentano gli otto punti cardinali, simboleggiando l’universalità del judo e la sua diffusione in tutto il mondo.
  • Il numero otto è considerato un numero di completezza e perfezione in molte culture orientali, riflettendo l’obiettivo del judo di sviluppare l’individuo in modo completo, sia fisicamente che spiritualmente.

Primo pilastro del Judo: Jiko No Kansei

Proprio a causa della caducità della vita, il judo ci propone di raggiungere il “completamento (Kansei) di (No) se stessi (Jiko)“. Questa piena realizzazione di sé si raggiunge solo quando saranno in equilibrio il corpo, l’anima e lo spirito.
Il corpo deve essere mantenuto in buona salute e per farlo devo sapere come il corpo umano funziona. Dico questo perché spesso i pazienti hanno un rapporto “magico” con la medicina.

Un piccolo esempio

Ti racconto questo episodio esplicativo. Una paziente aveva il pH delle urine a 8.5. Non ha mica chiesto quale potesse essere la causa di un valore così elevato, in modo da capire se si potesse rimediare correggendo qualche comportamento sbagliato o curando un’infezione o una malattia, ma quale “integratore” potesse prendere per riportare il pH a valori più fisiologici. Il fatto poi che volesse prendere del bicarbonato fa capire tante altre cose, così come il considerare che la natura è sempre madre e una qualunque sua molecola non può fare male, mentre se la molecola la fa l’uomo sicuramente fa male. Questo fa sempre parte del “pensiero magico”, che ci fa ignorare che la natura, corrotta dal peccato, è invece matrigna e le sostanze più velenose si estraggono, invece, proprio da piante e animali, portandoci, dritto dritto, al punto successivo.
Non posso nutrire e manutenere il corpo senza manutenere e nutrire anche l’anima con la conoscenza, la cultura e il bello.

Anche lo spirito ha fame

“Non leggiamo e scriviamo poesie perché è carino. Noi leggiamo e scriviamo poesie perché siamo membri della razza umana. E la razza umana è piena di passione. Medicina, legge, economia, ingegneria sono nobili professioni, necessarie al nostro sostentamento. Ma la poesia, la bellezza, il romanticismo, l’amore, sono queste le cose che ci tengono in vita.” (L’attimo fuggente)

Come si avvilisce lo spirito di una persona quando è bombardato da film, notiziari, giornali, musica che non fanno altro che parlare di violenza, di brutture e di frivolezze!
Già nel lontano 1984, Fabio Concato scriveva un testo avanguardistico e profetico: “Computerino

“Gioca, gioca bel bambino ché il tuo babbo ti ha comprato un computerino. E qui dentro, quel che serve puoi trovare: schiaccia un tasto se vuoi vedere il mare… Ai miei tempi c’era scuola: libri, gomme e matite colorate, la cartella che pesava sulla schiena; le ricordo le mamme disperate… Ma tu puoi non uscire; il tuo maestro lo puoi vedere in uno schermo: lo puoi chiamare, ci puoi parlare e se sei stanco, con quel tasto, lo puoi fermare… Ma che bello! Che futuro! Non avrete più bisogno di nessuno e potrete fare a meno di pensare, ma ci pensi? Che gioia non parlare…

E ancora, 11 anni dopo, Rossano Gentili, Stefano De Donato e Simona Bencini, i Dirotta su Cuba, ci avvisavano sulla deriva che stavamo prendendo, cantando al Festivalbar la canzone “Liberi di, liberi da“.

Che confusione ho in mente se guardo un’ora la TV,
che mi racconta tutto, mentre mi addormenta l’anima.
Se me lo chiedi io non so più da quale parte sto […]

Ci tocca sopportare il clima di volgarità,
tante parole sui giornali danno poche verità”

Oggi sembra di vivere in una realtà distopica come quelle descritte da George Orwell nel suo romanzo “1984” o da Ray Bradbury nel suo “Fahrenheit 451“. Un mondo in cui tutto coopera all’appiattimento dell’umanità. Tutto ciò che potrebbe elevare il pensiero umano a fargli raggiungere lo stato di “pensiero critico” viene sistematicamente annientato. Lo scriveva, nel 1942, Clive Staples Lewis nel suo “Le lettere di Berlicche“. Scrive lo zio diavolo Berlicche al nipote Malacoda:

“Come non sei riuscito a capire che un piacere vero era l’ultima cosa che avresti dovuto lasciargli incontrare? Come non hai previsto che avrebbe proprio annientato tutto l’inganno che tanto laboriosamente gli hai insegnato a valutare? E che quel genere di piacere che il libro e la passeggiata gli davano era il più pericoloso di tutti? Che gli avrebbe tolto tutta quella specie di crosta che eri riuscito a formargli sulla sua sensibilità, e fatto sentire che stava tornando a casa, che stava guarendo?”.

Infine, se anche ho uno corpo sano e una grande cultura, ma non ho uno spirito temprato nelle 4 virtù cardinali: sapienza, giustizia, fortezza e temperanza, sono semplicemente un bell’involucro ma totalmente vuoto.

Il secondo pilastro del Judo: Io e me stesso – Sei Ryoku Zen Yo

Per ottenere il Jiko No Kansei devo prima lavorare su me stesso.

Jigoro Kano, fondatore del Judo, ci propone una massima “Seiryoku-Zen’yo” ossia il miglior impiego dell’energia fisica e mentale. Per capire questo principio, osservate lo studio dei musicisti: prima devono leggere e capire lo spartito che devono eseguire per fissarlo nella memoria della mente, poi devono ripetere i passaggi tante volte affinché si crei una memoria della mano. Una volta fatto questo, le due memorie lavoreranno all’unisono e i movimenti delle mani saranno fluidi ed efficienti, senza sforzo. Basta? No. A questo punto la musica va introiettata, vissuta, legata al proprio spirito per ottenere la propria interpretazione e dare al mondo il proprio contributo, un’esecuzione unica che sarà di quel musicista e di nessun altro.

Il perfezionamento di me stesso come valore sociale

Possiamo portare questo principio a qualsiasi attività della nostra vita: se voglio un mondo migliore, se ho a cuore il benessere collettivo, devo diventare un essere umano migliore, utilizzando al massimo le mie risorse e capacità fisiche e mentali, sfruttando in modo efficiente le opportunità che mi vengono offerte per ottenere il massimo risultato, senza barare e senza ricorrere a scorciatoie. Se la mia tecnica judoistica è raffazzonata, imprecisa e lenta perché il mio spirito è pigro e non abituato all’impegno, tenderò a nascondere le mie mancanze con un maggiore impiego di forza. Tutto questo è contrario al Seiryoku Zen’yo: se vinco il mio avversario unicamente perché ho una prestanza fisica maggiore della sua, non è Judo, è lotta tra bestie. Judoisticamente… guardando i campioni della mia epoca tutto questo ha un solo nome: Kosei Inoue e il suo magnifico, divino, Uchi Mata.

Il mio Seiryoku Zen’yo

Ed è per fedeltà a questo principio che ho studiato a fondo la Biochimica e la sua applicazione nella Clinica e Semeiotica, che ho collezionato, modificato, messo a disposizione di tutti gli algoritmi diagnostici più avanzati, per aiutare colleghi e pazienti a prendere atto di stati di malattia sub-clinici prima che diventino clinicamente manifesti (quando non lo sono già e vengono misconosciuti). Un lavoro duro, certosino, capillare, che spesso mi ha costretto ad andare oltre le conoscenze già acquisite all’Università ed imparare cose nuove, a scartare quelle poco efficaci e a concentrarmi su come comunicare quanto andavo scoprendo.

Il terzo pilastro del Judo: Io e gli altri – Ji Ta Kyo Ei

La ricerca del perfezionamento della nostre capacità fisiche e mentali non può prescindere dal fatto che viviamo in un mondo abitato da altre persone e che dobbiamo relazionarci con esse. Il Judo prende in esame questo aspetto e ci propone la via del “Ji Ta Kyo Ei“. Letteralmente questa massima si traduce con “io e te insieme progresso” ed è da tutti i judoka conosciuta come “amicizia e mutua prosperità”, anche se io preferisco quella più poetica del mio amatissimo Sensei: “io e te risplendiamo insieme”.

A Nino Della Moglie – Maestro Benemerito di Judo, cintura nera 6° dan, arbitro internazionale e pioniere del Judo e del Kendo campano – la mia gratitudine eterna e amore filiale.

Il Judo come sintesi di vita

Mettendo insieme “Jiko No Kansei, Sei Ryoku Zen Yo, Ji Ta Kyo Ei” otteniamo “Il perfezionamento di sé si ottiene con l’uso massimamente efficiente del corpo e della mente, attraverso l’amicizia e la mutua prosperità”. Il Judo non è uno sport solitario e non si pratica da soli: non esiste Tori senza Uke ed è nel Randori e nel Kata che i due judoka si pongono nelle migliori condizioni per favorire l’apprendimento del compagno: Uke prima assume le posizioni richieste per lo studio della tecnica e accetta di subire numerose proiezioni, poi si concentrerà sull’esecuzione dei movimenti atti ad offrire a Tori delle opportunità per l’esecuzione della tecnica. I ruoli poi s’invertiranno per il principio del “Sojo-Sojo” (aiutarsi, concedersi) ottenendo la crescita ininterrotta degli allievi del dojo, un luogo dove non c’è spazio per il bullismo e la sopraffazione, scevro da egoismi, dove puoi trovare la goliardia ma non il nonnismo, dove le cinture più scure aiutano e si adattano alle cinture più chiare.

Il Maestro Fabio Della Moglie e io. Sono passati xxxx anni, siamo un po’ invecchiati, ma lo spirito e l’amicizia è rimasta immutata.

I Marchesi del Grillo

Quante volte, invece, nel mondo “civile” trovi colleghi mal disposti a collaborare, seguaci del Marchese Onofrio del Grillo per cui:

“Io so io e voi non siete un cazzo!”

che mi mette in cattiva luce col paziente perché, non essendo capace di capire un mio referto, invece di perdere 5 minuti a leggere o a chiamarmi per parlare, lo liquida semplicemente con un “non serve a niente, soldi buttati”.
Quante volte i pazienti non si prendono la briga di leggere le istruzioni che gli invii e ti fanno perdere tempo con mille domande inutili, le cui risposte sono sotto il loro naso.
Ma per tutti questi Ji Ta Kyo Ei traditi ce ne sono altrettanti, anzi molti di più, onorati e che si riassumono tutti in due frasi: “Grazie, il paziente sta già meglio” e “Grazie, finalmente so cosa ho”. Così trovo la forza per andare avanti e studiare ancora e progredire e capire il funzionamento di quella meraviglia che è il corpo umano. Questa è la mutua prosperità, “l’amor che move il sole e le altre stelle“.

La trasmissione della tradizione: I Shin Den Shin

Tutto quello che impariamo non può e non deve rimanere confinato in una torre d’avorio: il sapere che non è tramandato e condiviso è come seme che marcisce e non porta frutto. È un patto primordiale intergenerazionale che, fin dalla notte dei tempi, si tramanda con:

Nos esse quasi nanos gigantum humeris insidientes
Siamo come nani sulle spalle dei giganti

indicando che se riusciamo a vedere più lontano è perché siamo sulle spalle di tanti nani che ci hanno preceduto che, impilandosi uno sull’altro, hanno formato un gigante.

Questa trasmissione della saggezza avviene se, e solo se, passa “dal mio cuore al tuo cuore”. L’ideogramma Shin, però, non indica solo il cuore, ma anche la mente e lo spirito. Quindi abbiamo una trasmissione che parte “dal cuore”, “dalla mente”, “dallo spirito”, da tutto me stesso (I Shin) per “dire al tuo cuore”, “dire alla tua mente”, “dire al tuo spirito”, dire a tutto te stesso (Den Shin), oltre i concetti, per coinvolgimento diretto.

Come mi è stato insegnato, non ho tenuto nascosto nulla di quello che ho imparato, ma l’ho reso trasparente e accessibile a tutti coloro che hanno volontà di conoscere, mettendoci tutto me stesso nel comunicarlo ai colleghi e ai pazienti.

Il senso della vita: Ikigai

Una volta che si è entrati nel circolo virtuoso del “perfezionamento di sé ottenuto con l’uso massimamente efficiente del corpo e della mente, attraverso l’amicizia e la mutua prosperità”, bisogna che il tutto non rimanga un pio ideale, parole belle ma utopiche, un’ideologia senza idee, ma va calato nella realtà, su basi concrete e solide, capendo l’Ikigai, il senso della propria esistenza. In questo diagramma di Eulero-Venn, nei colori caldi del rosso e dell’arancio (il nord e l’ovest per i daltonici) abbiamo il “Seiryoku-Zen’yo“, il perfezionamento dei miei talenti naturali; nei colori freddi del blu e del verde (il sud e l’est per i daltonici) abbiamo il “Ji Ta Kyo Ei“, i bisogni degli altri.

Come si legge questo grafico? Se prendo ciò che amo fare e l’unisco con ciò in cui sono bravo otterrò una mia passione; se mi pagano per ciò in cui sono bravo, allora avrò la mia professione. Se unico passione e professione, avrò qualcosa che amo fare, in cui sono bravo e per la quale mi pagano pure! Certo sarò soddisfatto, ma se questa cosa non è ciò che serve agli altri, allora, alla lunga, proverò un senso di inutilità. Quanti si trovano intrappolati in una professione utile, ma che non amano, che è sicuramente confortante, ma lascia un senso di vuoto enorme. Solo dall’unione totale dei 4 cerchi ottengo la mia “Jiko No Kansei“, capendo il mio “Ikigai”.

Conclusioni

Questo è il lascito dei miei anni passati in palestra e sui libri e che ti dono.
Grazie al Judo che è molto più che uno sport.

どうもありがとうございます

Un pensiero su “Il Judo come metafora di vita: la mia visione del mondo

  1. Luciana dice:

    Grazie Peppe per tutto ciò che fai nella piena consapevolezza che solo tanto lavoro e tanta passione danno pieni risultati. Il maestro Nino è felice dei suoi….. bambini. E pure io, tanto!! Ti abbraccio

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